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C’è bisogno di coraggio per cambiare la sanità nel Lazio, per tutelare i cittadini e programmare il futuro


Le visite alle strutture ospedaliere di questi giorni, ai centri di assistenza per disabili, gli incontri con gli operatori del settore: medici, infermieri, volontari e addetti amministrativi, ci parlano tutti di due cose fondamentali: la staticità e il peggioramento del sistema registrata negli ultimi anni e i danni prodotti e che si produrranno a seguito della scellerata politica dei tagli.

Il nuovo governo regionale guidato da Renata Polverini avrà l’importante compito di chiudere l’inconcludente rimpallarsi delle cifre e delle responsabilità del debito, accertandone finalmente la cifra reale e accettare le sfide per il futuro che devono riguardare una riforma complessiva per migliorare il servizio ed eliminare le cause degli sprechi.

Cambiare un settore fondamentale che riguarda la salute dei cittadini impone scelte coraggiose, ma non possiamo e non vogliamo più tirarci indietro. Nell’ultimo importante incontro avuto con esperti, medici e operatori del settore “La salute al centro – Una nuova sanità per il Lazio” si è sottolineato proprio l’importanza delle sfide che ci attendono e la centralità di programmi che partano dalla risoluzione di problemi in maniera sistemica, complessiva e con criteri di razionalità e buonsenso.

Il programma dell’UDC, che abbiamo presentato a novembre 2009 dopo mesi di ascolto dei protagonisti, medici, associazioni di categoria, pazienti, propone un cambiamento coraggioso proprio dell’intero impianto della sanità nella nostra regione, definendo delle linee guida che riuniscano i tanti provvedimenti necessari.

I tre principali filoni su cui si muoverà l’azione della prossima Giunta dovranno essere:

La mappatura e la redistribuzione sul territorio regionale di ospedali, presidi di prossimità, centri per l’assistenza ai disabili e agli anziani, con una profonda riorganizzazione del sistema dei medici di famiglia. Il punto fondamentale è che gli ospedali devono divenire solo l’ultimo approdo, devono diventare delle eccellenze dedicate solo alle malattie gravi e alle operazioni chirurgiche. Per le patologie croniche, i disabili, gli anziani e per le patologie meno gravi, i cittadini devono poter contare su presidi vicini, facilmente raggiungibili e che conoscano la loro “storia medica” per diagnosi e cure più accurate.

Per sostenere questo nuovo concetto di sanità, ispirato alla sussidiarietà orizzontale, si dovrà procedere con una riorganizzazione del sistema dei medici di famiglia e di ambulatori che gestiscano sul territorio i casi meno gravi, liberando i pronto soccorso che diverranno così meno costosi e più efficienti.

La seconda e importantissima linea si può sintetizzare nella Frase “fuori la politica dalla sanità”. La politica, la Regione nello specifico, deve occuparsi della programmazione, dell’analisi dei fabbisogni e nella ricerca di soluzioni coraggiose per il futuro. La gestione, invece, deve essere riconsegnata ai professionisti, nominati secondo criteri legati al merito, alla professionalità e alle comprovate competenze.

La sanità è uno di quei settori che coniuga due elementi molto importanti e delicati: soldi e salute dei cittadini. Perciò se la politica e gli affari, con la volontà di generare profitto e  consenso, finiscono per collocare persone in posti di rilievo con logiche politiche piuttosto che con logiche meritocratiche, non solo si perde efficienza del sistema, ma la  stessa mission della sanità, curare le persone, si perde, si confonde. Con buona pace, anzi nessuna pace,  da un lato per i pazienti  e dall’altro di medici, infermieri e operatori del settore  che pur volendo operare per il bene ed il meglio dei cittadini, trovano un muro di gomma che risponde a logiche altre e, proprio per questo, del tutto inutili per far funzionare la sanità nel Lazio.

Infine, il terso aspetto della riforma che proponiamo riguarda la riduzione del numero delle Asl per circoscrivere chiaramente ruoli e responsabilità.

Questa rivoluzione racchiude in sé un cambiamento concettuale riassumibile in questo modo: il servizio erogato ai pazienti deve rimanere pubblico e universale, così come sancito dalla nostra costituzione, ma le Asl si trasformeranno, verso l’esterno, in enti che acquistano i servizi, scegliendo con criteri di economicità, qualità ed efficienza, tra i diversi operatori, pubblici o privati accreditati.

Da qui l’esigenza di  rimodulare i criteri per l’accreditamento, dare loro stabilità e coerenza, procedere al riconoscimento delle strutture che soddisfano determinati parametri in maniera duratura, così da ampliare il numero degli operatori.

Una maggiore integrazione e implementazione del pubblico con il privato accreditato, fuori da restrizioni e veti ideologici, risolverebbe, per esempio, l’annoso problema delle liste d’attesa. Già oggi, infatti, se si mettessero nel sistema Recup tutte le strutture accreditate erogatrici di analisi, al posto dell’attuale 25%, i tempi di attesa sarebbero praticamente nulli.

Asl con maggiori autonomie però significa anche Asl che afferiscono a un sistema informativo e comunicativo centralizzato e aggiornato in tempo reale. Non possiamo più permetterci che Asl vicine, abbiano degli squilibri rilevanti per l’acquisto dei  materiali o delle prestazioni. Non possiamo più lasciare al lavoro umano, con fax e telefono, la ricerca urgente di un posto di terapia intensiva. Oggi la tecnologia e in particolare al rete ci può far immaginare un sistema integrato che trasformi le aziende sanitarie, da cittadelle autonome, ma isolate, a parti di una rete virtuosa di strutture che dialogano tra loro.

Quello che ci serve, dunque, è il coraggio di guardare al futuro, è il coraggio di decisioni condivise, senza ideologie e contrapposizioni partitiche, è il coraggio di ascoltare davvero le reali esigenze dei cittadini-pazienti e assumersi la responsabilità di proporre soluzioni possibili e condivise, che migliorino l’oggi e ci riconsegnino un futuro sereno per tutte le nostre famiglie.

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La casa al centro della tutela per le famiglie


Un’abitazione dignitosa per tutte le famiglie è un fondamento del programma per il governo della Regione Lazio dell’Udc.

I dati che si susseguono continuano a parlare di un’emergenza di incredibili dimensioni e di soluzioni che non riescono a gestire l’immediato e sembrano dei timidi palliativi per il futuro. La Regione Lazio dovrà, invece,  impegnarsi in maniera convinta per affrontare il tema mettendo al centro le esigenze dell’oggi e un piano strutturale perchè non si arrivi più a tali livelli di disagio per migliaia di cittadini.

Il centro di ricerca Cresme diffonde dati allarmanti, 58 mila le famiglia in cerca di nuova o prima abitazione. Ma è scandagliando e approfondendo i dati che emergono le situazioni più preoccupanti:  36.600 famiglie non sono più in condizione di pagare il canone d’affitto e  4.200 non sono in grado di pagare la rata del mutuo.

Il piano casa nazionale si sta rivelando un flop, di difficile applicazione: laddove non vi sono vincoli paesaggistici, i cittadini non sono messi in grado di applicare le norme previste.

Chi volesse procedere all’ampliamento del 20% previsto per le abitazioni, deve occuparsi anche del riassesto di tutto l’edificio. Questi costi sono ovviamente eccessivi affrontati da una singola famiglia.

Considerando poi che l’88% del patrimonio mobiliare della nostra regione è inserito in condomini, oltre alla norma precedente, viene meno anche la convenienza per chi volesse procedere a demolire e ricostruire degli stabili: in questo caso l’ampliamento consentito è del 35%, troppo poco per sostenere i costi di demolizione, ricostruzione e alloggio temporaneo durante i lavori.

Un piano così immaginato non significa dunque affrontare l’emergenza dell’immediato, né porre delle serie basi per uno sviluppo futuro. La politica che passa per il buonsenso e per le esigenze reali dei cittadini deve offrire altre soluzioni.

La Regione deve farsi carico di questa progettualità, ponendo in essere programmi più ampii e che coinvolgano in maniera virtuosa privati e istituzioni, che amplino le possibilità ai cittadini di trovare una soluzione e riaprano il mercato.

Non bisogna sottovvalutare che il problema casa non riguarda più, solamente, famiglie con reddito molto basso, ma cresce in quella fascia di popolazione che non riesce a pagare gli affitti, tra chi non riesce a onorare al rata del mutuo o tra chi un mutuo, e si tratta soprattutto di giovani coppie, un mutuo non riesce nemmeno ad accenderlo per mancanza di garanzie valide per gli istituti di credito.

La questione va dunque affrontata in maniera più organica: dapprima occorre risolvere i problemi dei possibili morosi, attuali e futuri, prevedendo una nuova politica di affitti calmierati, soprattutto per famiglie in difficoltà, magari monoreddito e con figli a carico.

Occorre poi sostenere le giovani coppie e le famiglie che hanno un reddito che le pone fuori dalle soluzioni di edilizia pubblica, ma vivono forti difficoltà dato il momento di crisi e non possono, pur avendo un reddito medio e magari qualche risparmio, affrontare le spese dell’acquisto di una casa a parametri di mercato.

Dunque, una reale e decisa politica di social housing,  che ponga la Regione come garante e spinga una maggiore collaborazione tra pubblico e privato, permetta un accesso all’acquisto con nuove forme di garanzia, agevolazioni fiscali e forme di finanziamento sostenibili per chi vuole investire in questo che è un bene di primaria importanza.

Per tutelare seriamente la famiglia e le giovani coppie, per riportare serenità e fiducia  tra i cittadini del Lazio, in un momento in cui si cerca di uscire da una crisi che ha provato fortemente tutte le fasce della popolazione, occorre essere concreti, proporre soluzioni di buonsenso, aldilà delle barricate ideologiche e porre al centro il benessere e la qualità della vita di tutti i cittadini.

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I cittadini e il territorio al centro dei nostri programmi


L’occasione dell’aperturala sede dell’Udc del VII Municipio a Torre Angela, uno dei quartieri più popolati e importanti della città, è servita per ribadire l’impegno del nostro partito di essere un nuovo punto di riferimento per la cittadinanza.

Abbiamo scelto di fare campagna elettorale tra le persone, incontrandole, andandole a cercare sui loro luoghi, dove ogni giorno vivono e dove ogni giorno si manifestano le loro difficoltà.

E le aperture di sedi come quella di Torre Angela, saranno importante anche dopo la tornata elettorale.

Per essere degni rappresentanti di ogni singolo voto ricevuto, per essere dei bravi ed efficienti amministratori non dovremo mai dimenticare  il collegamento e il rapporto costante con il territorio e con le persone che lo abitano.

Il nostro partito nasce con questa idea di politica, fuori dai contenitori ormai vuoti della destra e della sinistra, una politica moderata e di buon senso può avere forza di governo solo se conosce i cittadini, ascolta le loro reali esigenze, se ne fa carico e propone e porta avanti soluzioni possibili e concrete.

Per mettere al centro i cittadini, riportiamo la politica sul territorio e da qui facciamola ripartire. Come hanno  ricordato oggi, all’apertura del comitat,o  Luciano Ciocchetti, Pier Ferdinando Casini e Renata Polverini, le persone non vivono di spot, sulla famiglia, sulla sanità, sul lavoro e la formazione dei giovani, sulla cultura, sulle infrastrutture, non si può più andare avanti con grandi proclami che vengono poi smentiti o peggio ancora con progetti che poi si bloccano al cambio delle amministrazioni.

Dobbiamo farci carico delle esigenzae e delle richieste dei cittadini, dobbiamo star loro vicini nei quartieri, nelle scuole, sui luoghi di lavoro, perchè possano trovare nel nostro partito un punto di riferimento e un luogo concreto dove poter discutere, farsi ascoltare, avere prova e valutare l’operato delle persone che hanno scelto e a cui hanno affidato il governo.

L’impegno di tutta l’Unione di Centro e mio personale quando ho accettato la candidatura è proprio quello di immaginare soluzioni che partano dalla quotidianità  dei cittadini e abbiano l’obiettivo di migliorare la qualità del futuro passando per la vita di tutti i giorni.

Quando parliamo di sanità, parliamo di presidi territoriali e di togliere la politica dalle nomine di primari e amministratori, per un servizio più vicino ed efficiante, quando parliamo di famiglia, parliamo di più asili nidi nei quartieri, più agevolazioni fiscali, più possibilità per tutti i bambini e ragazzi: da quelle formative a quelle sportive a quelle culturali.

Quando parliamo di infrastrutture, parliamo di collegamenti più puntuali, metro, autobus e treni più puliti, più frequenti e che raggiungano capillarmente tutto il territorio, per agevolare la vita di chi si sposta ogni giorno per la scuola, per curarsi, per il lavoro.

Tutto questo ha un senso, tutto questo può portare a risultati concreti e cambiare davvero la nostra regione se parte dall’ascolto dei cittadini.

Perchè come ripeto spesso, spiegando cosa intendo con la politica del buonsenso, o la politica è quella che si fa tra le persone, o semplicemente non è.

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Intervista di Pietro Sbardella a Roma Live sulle sue proposte per la Regione Lazio


Siamo ad una nuova puntata della Regione che verrà ed abbiamo in studio con noi, Pietro Sbardella, Consigliere nazionale dell’Udc.
Perché schierarsi con il centro destra?

Perché la Polverini ha il profilo adatto ed ha subito accettato di sposare i 5 punti cardine del nostro lavoro.

Quali sono i punti cardine?
Con la Polverini abbiamo sottoscritto 5 punti che riguardano sanità, lavoro, famiglia, infrastrutture e giovani.

Allora parliamo della sanità
Oggi mi veniva da sorridere perché c’era il Direttore sanitario dell’area 618 che in un’intervista sottolineava una serie di punti, e sembrava quasi che stesse leggendo il nostro programma.L’intervento che deve essere attuato nel sistema sanitario non deve essere costituito da un taglio orizzontale, ma deve essere effettuata una razionalizzazione. La spesa sanitaria, non attenta alla salute ha continuato a crescere secondo dei parametri senza senso di gigantismo degli ospedali. Molto spesso i letti ospedalieri vengono occupati senza una giustificata ragione, solo le persone affette da determinate patologie dovrebbero essere ricoverate. E’ necessario investire nell’assistenza di base, deve essere ripristinata la sanità di prossimità, i poliambulatori di prossimità, evitando che le persone che non ne hanno bisogno finiscano al pronto soccorso. Va inoltre rivisto il contratto con i medici di base, penso ad esempio ad un sistema di turnazioni, che renda possibile un’assistenza 24 ore su 24. Si dovrebbe proprio evitare il pronto soccorso.

Quindi cosa proponete? Al posto del pronto soccorso un rapporto più stretto con i medici di base?
Gli ospedali devono diventare le eccellenze dove vengono quelle persone che ne hanno bisogno mentre problematiche più semplici dovranno essere risolte con la sanità di prossimità, che oltre tutto esige dei costi molto più bassi dell’ospedale. Inoltre la persona avrebbe in questo caso la possibilità di essere seguita dal medico di famiglia che ha una conoscenza del paziente molto più approfondita del primario. Si deve trovare una soluzione alle necessità di coloro che hanno problematiche croniche, evitando ad esempio che fasce deboli come quella degli anziani o dei disabili finiscano ad occupare letti ospedalieri, si dovrebbero quindi potenziare i servizi sanitari assistiti e l’assistenza domiciliare che costano infinitamente meno che un letto d’ospedale.

L’Udc ha fatto un accordo con la Polverini o con il centro destra?
Con la Polverini, che è una candidata del centro destra.

Un altro nodo importante riguarda la condizione dei giovani, quale è la vostra ricetta?
Noi partiamo da un approccio che sembra sconveniente soprattutto in una regione che è sopravvissuta nel dopo guerra con il posto pubblico. Per noi la mobilità non è precariato, è necessario cambiare il modello culturale e comprendere che questo fenomeno è un’opportunità per crescere e migliorare, se lo Stato inizia a collocare risorse su chi ha delle idee da portare avanti. Questo consentirebbe anche all’interno dei posti fissi di crescere ed investire su chi è veramente formato. Ad esempio un po’ di tempo fa parlavo con Celli, il Rettore della Luiss, che raccontava di tutti quei giovani adeguatamente formati, che però sono costretti ad andare all’estero. Dobbiamo lasciarli liberi di andare all’estero ma è altrettanto vero che è necessario offrire le stesse opportunità anche qui. Tornando al posto fisso il discorso è che deve diventare una scelta.

Quindi la ricetta quale sarebbe?
In una regione come il Lazio si hanno due opportunità possibili, la prima è data dall’investimento nelle nuove tecnologie, e nella ricerca, settore che nella nostra regione è molto sviluppato, e l’altra è data dal settore turistico. Questi due settori rappresentano le vere risorse del territorio, ed è fondamentale investire in entrambi gli ambiti. Anche dal punto di vista paesaggistico, abbiamo delle coste molto belle anche se nel tempo sono state rovinate da un assetto del territorio non programmato. L’impegno della regione deve essere quello di tornare ad immaginare il domani.

Lei ha detto una cosa molto bella: si pensa all’oggi ma non si guarda al futuro, non crede che questo fenomeno sia legato all’assenza di un ricambio politico a causa del quale non abbiamo ricambio di idee?
L’ubriacatura avvenuta nel passaggio dalla così detta seconda Repubblica, ha tagliato di netto tutta una classe dirigente che aveva effettivamente commesso degli errori, ma ha anche provocato l’uccisione della selezione della classe dirigente. E molte delle persone che in quel momento hanno occupato in maniera incidentale posti di potere non se ne sono più andate bloccando il ricambio. Oggi con il sistema elettorale parlamentare dobbiamo arrivare a dire che ha ragione Berlusconi, quando dice che non servono i parlamentari, visto che la loro nomina viene effettuata dall’alto, e quindi sono sufficienti solo i leader di partito per trovare gli accordi. Per fortuna nella regione è un pochino diverso perché è possibile dare le preferenze, e le persone hanno la possibilità di intervenire se sono deluse da qualcuno che avevano sostenuto.

Lei ha parlato anche di famiglia. Riguardo a queste tematiche vi fate consigliare dal Vaticano?
Io personalmente sono cattolico, ma ritengo che la politica debba essere laica, anche se rispetto ad alcune questioni si hanno gli stessi valori.

Lei ha parlato di famiglia e giovani, il lavoro?
Rispetto alla tematica del lavoro abbiamo accennato qualcosa, ma è importante aggiungere che abbiamo chiesto che la prossima composizione delle deleghe regionali avvenga avvicinando la formazione ed il lavoro, altrimenti si continuerebbe sulla strada vecchia. In merito a questo tema la Polverini sembra che sia d’accordo.

Il quinto punto riguardava le infrastrutture, ecco, in merito a questo tema lei si riferisce anche alle problematiche del corridoio tirrenico?
Ritengo che ci siano degli argomenti di assoluto buon senso, innanzi tutto è necessario decongestionare Roma anche iniziando a trasferire una serie di servizi che ora si trovano solo lì. Incentiviamo questo processo, perché se ogni giorno ci sono 900mila pendolari che vengono nella Capitale per studiare o curarsi, c’è qualcosa che non funziona. Nel lungo periodo alcuni interventi dovranno essere fatti in questo senso, però ci sono anche delle congestioni in alcuni nodi fondamentali, come ad esempio le sovrapposizioni fra corse cotral, corse dei treni. Sarebbe necessaria una regolamentazione, che è poi il compito della regione, anche per quanto riguarda il corridoio tirrenico meridionale, le cui modifiche sono sulla carta da 10 anni, ma non vengono mai approvate perché all’avvento di ogni nuova giunta si appongono delle modifiche ed è quindi necessario ricominciare dal principio il lavoro. La pontina è un corridoio importantissimo poiché collega la Regione con il sud, e con alcune zone produttive come Pomezia o il litorale laziale che a è una perla che in Italia ci viene invidiata. Se pensiamo che sulla Pontina ci saranno almeno 80 svincoli ed ogni volta le persone rischiano la vita per andare al lavoro o per andare al mare è assurdo.

Bene andiamo avanti, abbiamo parlato del programma che l’Udc ha presentato alla Polverini e sul quale avete raggiunto un accordo, però rimangono da affrontare alcune questioni importanti come quella dei rifiuti. Tutti noi abbiamo assistito a ciò che è successo in Campania. Roma si trova in una situazione simile, visto che la discarica di Malagrotta è esaurita. Come si pone l’Udc in merito a questo argomento?
Anche in questa situazione credo che basti un po’ di buon senso per comprendere in che modo intervenire, pensare che la soluzione sia depositare i rifiuti nel comune vicino, è un assurdo. Le
comunità laziali devono cominciare a pensare ad un intervento risolutivo per i rifiuti. Alcune cose in discarica ci dovranno finire ma con una certa razionalizzazione, mentre parte dei rifiuti dovranno sicuramente essere riconvertiti, e credo che con le tecnologie attuali i problemi di inquinamento siano stati risolti. Si dovrebbero edificare delle strutture che possano risolvere a livello ambientale il problema. Sicuramente indicativo il fatto che nella raccolta differenziata e nello smaltimento dei rifiuti siamo indietro rispetto alla Campania.
Altro argomento di rilevanza centrale è la questione ambientale, domanda scomoda ma alla quale i cittadini chiedono risposta.

Il Governo parla del progetto di attivare 6 centrali nucleari. La questione investe da vicino anche il Lazio nel quale si sta progettando di aprire due centrali, una a Montalto di Castro, e l’altra a Borgo Sabotino. Crede che la soluzione del nucleare sia la più giusta ed efficiente anche dal punto di vista economico?
Quando venne indetto il referendum, io votai contro l’istituzione del nucleare. In quella occasione si è ingenerato l’equivoco. Oggi importiamo il 17-18% di energia nucleare. L’equivoco nasce dal fatto che il referendum del 1987 non parlava di abolizione dell’energia nucleare in Italia, il referendum stabilì che non fosse demandato al Cipe, quindi un autorità sovraordinata, il potere di decretare l’installazione di centrali contro la volontà dei comuni o delle Istituzioni del territorio, venne stabilito inoltre che l’Enel non continuasse ad investire in energia nucleare, cosa che peraltro continua a fare all’estero, ed infine stabilì che non si potessero più dare contributi a quelle comunità che avessero voluto istituire le centrale. Paradossalmente quindi se un comune decidesse di aprire una centrale nel suo territorio e trovasse un privato disposto ad investire nel progetto, lo potrebbe fare. Un punto importante riguarda il fatto che l’energia rinnovabile non è una risposta esaustiva, alimentare tutta l’Italia in questo modo vorrebbe dire asfaltare tutto il paese di pannelli solari ed arriveremmo ad una percentuale inferiore al 30 %. Quindi penso che si dovrebbe ascoltare le esigenze di tutte quelle multinazionali che parlano di delocalizzazione perché in Italia la produzione energetica costa il 60% in più rispetto a Paesi come la Francia. Io la ricetta non ce l’ho, però è ovvio che non esiste un intervento di breve periodo in grado di risolvere il problema, credo quindi che per il momento non vi siano grosse alternative rispetto ad investimenti in quella direzione. Oltre tutto una centrale a carbone inquina molto di più di una centrale nucleare, anche se è vero che i rischi legati a questo tipo di energia sono molto più elevati, come abbiamo visto nel caso di Chernobyl, ma ormai la tecnologia sta almeno cento volte avanti rispetto a quel periodo. Il discorso dei rischi poi non cambia molto se questo tipo di energia lo abbiamo subito dopo il confine nazionale, ma come ho già detto, ritengo che i rischi siano diminuiti molto. Se dovessimo puntare solo sull’energia pulita ci aspetterebbero degli inverni molto freddi.

Rimane comunque un dubbio legato al fatto che anche istituendo 6 Centrali non si riuscirebbe minimamente a ricoprire il fabbisogno energetico del paese. A quel punto quante centrali dovremmo aprire, 50?
E’ chiaro che un approccio timido non abbia molto senso, le cose o si fanno bene o è meglio lasciar perdere. Bisogna pensare ad una soluzione per il futuro, e si parla di un futuro abbastanza prossimo. Progettare 6 centrali che saranno pronte fra quindici anni è un atteggiamento poco serio da parte della classe politica dirigente.

Lei ha parlato della necessità di investire nella ricerca, e volendo affrontare la questione del nucleare dobbiamo dare spazio a questo settore, altrimenti dovremo continuare ad importare dall’estero e non saremo in grado di competere con gli altri Stati.
Dobbiamo creare delle piattaforme anche in forma di consorzi in cui possano andare tutti, ed al di là della tempistica parlamentare, il Lazio ha tutte le caratteristiche per iniziare a muoversi in questo senso, le Istituzioni devono aiutarli a mettersi d’accordo, aiutarli a trovare uno spazio, delle piattaforme in cui anche il privato possa entrare.

Per concludere, abbiamo parlato di giovani, famiglia, lavoro, ma ancora non di chi produce lavoro, e a mio avviso non sono le grandi imprese a produrre lavoro, ma sono le piccole e medie imprese, quale è la politica dell’Udc al riguardo?
Non incoraggiare le grandi imprese a rimanere sul mercato laddove investono bene sarebbe un contro senso quando molti si lamentano che tutte le grandi aziende stanno all’estero o vengono comprate da società straniere, però è ovvio che il nostro tessuto produttivo soprattutto nel Lazio è composto da una miriade di piccole e medie imprese che devono essere aiutate a spostarsi e a investire. Se guardassimo un po’ indietro negli anni, ci accorgeremmo che le grandi Banche locali che investivano ed avevano interesse ad investire nell’impresa del territorio oggi non ci sono più. Paradossalmente se non avessimo le banche di credito cooperativo sparse nei comuni la nostra piccola impresa sarebbe in ginocchio ed è per questo che dobbiamo immaginare un intervento sul credito.

A proposito di credito la giunta Storace mise in piedi il progetto di Banca Impresa Lazio, un progetto importante poiché prevedeva l’istituzione di una banca che avesse un rapporto diretto con le Pmi o con le grandi banche, successivamente però venne abbandonata l’idea. Lei ritiene varrebbe la pena riprendere il progetto?
Non so se quel progetto fosse effettivamente adatto, noi abbiamo bisogno di dare credito alle imprese serie che assumono, danno posti di lavoro e fanno innovazione, i meccanismi previsti in Banca Impresa Lazio dovrebbero essere rivisti ed adeguati, perché i meccanismi a pioggia uccidono. Vanno studiate modalità di erogazione del credito ma si deve attingere in modo cospicuo anche ai fondi europei, visto che ogni anno rimandiamo indietro moltissimi fondi che l’UE mette a disposizione. Questi fondi potrebbero rispondere in parte alla richiesta di credito in alcune categorie di impresa. Quindi sarebbe necessario mettersi d’accordo per creare un tavolo che non permetta di gestire il credito in modo disarticolato rispetto alle esigenze del territorio e alle sue tipicità.

Ancora un’ultima domanda, immaginiamo di aver già fatto le elezioni e che abbia vinto il centro destra, quali competenze verranno conferite all’Udc?
A fare la differenza saranno i numeri, noi confidiamo nel programma e saremo leali, ovviamente. Se come riteniamo l’Udc sarà determinante nella vittoria della Polverini, confidiamo che le responsabilità di governo verranno equamente ripartite.

Vedi il video dell’intervista

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