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C’è bisogno di coraggio per cambiare la sanità nel Lazio, per tutelare i cittadini e programmare il futuro


Le visite alle strutture ospedaliere di questi giorni, ai centri di assistenza per disabili, gli incontri con gli operatori del settore: medici, infermieri, volontari e addetti amministrativi, ci parlano tutti di due cose fondamentali: la staticità e il peggioramento del sistema registrata negli ultimi anni e i danni prodotti e che si produrranno a seguito della scellerata politica dei tagli.

Il nuovo governo regionale guidato da Renata Polverini avrà l’importante compito di chiudere l’inconcludente rimpallarsi delle cifre e delle responsabilità del debito, accertandone finalmente la cifra reale e accettare le sfide per il futuro che devono riguardare una riforma complessiva per migliorare il servizio ed eliminare le cause degli sprechi.

Cambiare un settore fondamentale che riguarda la salute dei cittadini impone scelte coraggiose, ma non possiamo e non vogliamo più tirarci indietro. Nell’ultimo importante incontro avuto con esperti, medici e operatori del settore “La salute al centro – Una nuova sanità per il Lazio” si è sottolineato proprio l’importanza delle sfide che ci attendono e la centralità di programmi che partano dalla risoluzione di problemi in maniera sistemica, complessiva e con criteri di razionalità e buonsenso.

Il programma dell’UDC, che abbiamo presentato a novembre 2009 dopo mesi di ascolto dei protagonisti, medici, associazioni di categoria, pazienti, propone un cambiamento coraggioso proprio dell’intero impianto della sanità nella nostra regione, definendo delle linee guida che riuniscano i tanti provvedimenti necessari.

I tre principali filoni su cui si muoverà l’azione della prossima Giunta dovranno essere:

La mappatura e la redistribuzione sul territorio regionale di ospedali, presidi di prossimità, centri per l’assistenza ai disabili e agli anziani, con una profonda riorganizzazione del sistema dei medici di famiglia. Il punto fondamentale è che gli ospedali devono divenire solo l’ultimo approdo, devono diventare delle eccellenze dedicate solo alle malattie gravi e alle operazioni chirurgiche. Per le patologie croniche, i disabili, gli anziani e per le patologie meno gravi, i cittadini devono poter contare su presidi vicini, facilmente raggiungibili e che conoscano la loro “storia medica” per diagnosi e cure più accurate.

Per sostenere questo nuovo concetto di sanità, ispirato alla sussidiarietà orizzontale, si dovrà procedere con una riorganizzazione del sistema dei medici di famiglia e di ambulatori che gestiscano sul territorio i casi meno gravi, liberando i pronto soccorso che diverranno così meno costosi e più efficienti.

La seconda e importantissima linea si può sintetizzare nella Frase “fuori la politica dalla sanità”. La politica, la Regione nello specifico, deve occuparsi della programmazione, dell’analisi dei fabbisogni e nella ricerca di soluzioni coraggiose per il futuro. La gestione, invece, deve essere riconsegnata ai professionisti, nominati secondo criteri legati al merito, alla professionalità e alle comprovate competenze.

La sanità è uno di quei settori che coniuga due elementi molto importanti e delicati: soldi e salute dei cittadini. Perciò se la politica e gli affari, con la volontà di generare profitto e  consenso, finiscono per collocare persone in posti di rilievo con logiche politiche piuttosto che con logiche meritocratiche, non solo si perde efficienza del sistema, ma la  stessa mission della sanità, curare le persone, si perde, si confonde. Con buona pace, anzi nessuna pace,  da un lato per i pazienti  e dall’altro di medici, infermieri e operatori del settore  che pur volendo operare per il bene ed il meglio dei cittadini, trovano un muro di gomma che risponde a logiche altre e, proprio per questo, del tutto inutili per far funzionare la sanità nel Lazio.

Infine, il terso aspetto della riforma che proponiamo riguarda la riduzione del numero delle Asl per circoscrivere chiaramente ruoli e responsabilità.

Questa rivoluzione racchiude in sé un cambiamento concettuale riassumibile in questo modo: il servizio erogato ai pazienti deve rimanere pubblico e universale, così come sancito dalla nostra costituzione, ma le Asl si trasformeranno, verso l’esterno, in enti che acquistano i servizi, scegliendo con criteri di economicità, qualità ed efficienza, tra i diversi operatori, pubblici o privati accreditati.

Da qui l’esigenza di  rimodulare i criteri per l’accreditamento, dare loro stabilità e coerenza, procedere al riconoscimento delle strutture che soddisfano determinati parametri in maniera duratura, così da ampliare il numero degli operatori.

Una maggiore integrazione e implementazione del pubblico con il privato accreditato, fuori da restrizioni e veti ideologici, risolverebbe, per esempio, l’annoso problema delle liste d’attesa. Già oggi, infatti, se si mettessero nel sistema Recup tutte le strutture accreditate erogatrici di analisi, al posto dell’attuale 25%, i tempi di attesa sarebbero praticamente nulli.

Asl con maggiori autonomie però significa anche Asl che afferiscono a un sistema informativo e comunicativo centralizzato e aggiornato in tempo reale. Non possiamo più permetterci che Asl vicine, abbiano degli squilibri rilevanti per l’acquisto dei  materiali o delle prestazioni. Non possiamo più lasciare al lavoro umano, con fax e telefono, la ricerca urgente di un posto di terapia intensiva. Oggi la tecnologia e in particolare al rete ci può far immaginare un sistema integrato che trasformi le aziende sanitarie, da cittadelle autonome, ma isolate, a parti di una rete virtuosa di strutture che dialogano tra loro.

Quello che ci serve, dunque, è il coraggio di guardare al futuro, è il coraggio di decisioni condivise, senza ideologie e contrapposizioni partitiche, è il coraggio di ascoltare davvero le reali esigenze dei cittadini-pazienti e assumersi la responsabilità di proporre soluzioni possibili e condivise, che migliorino l’oggi e ci riconsegnino un futuro sereno per tutte le nostre famiglie.

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la salute dei cittadini al centro del sistema sanitario


Per la Sanità serve una riorganizzazione del sistema

Continuano ad accavallarsi le notizie di malasanità nella nostra regione. All’impegno dei tanti medici e operatori non corrisponde un impianto efficiente e organizzato.

Oggi si parla solo di tagli invece di pensare a rendere efficiente tutta l’organizzazione. Si è pronti a tagliare posti letto, interi reparti, le assunzioni e le stabilizzazioni dei precari, l’acquisto di attrezzature e il pagamento degli straordinari. Ma perché non ci si chiede, ad esempio, come limitare l’uso dei pronto soccorso, che a oggi sono, praticamente, l’unico punto di assistenza territoriale aperto 7 giorni su 7 per 24 ore. Perché non si pensa che dalle visite al pronto soccorso derivano, a cascata, visite specialistiche, esami e consulenze spesso evitabili? Perché non si pensa che riorganizzare i medici di famiglia e l’intera assistenza sul territorio eviterebbe costi reali, affrontando il tema del risparmio senza proporre altri tagli e di conseguenza salvaguardando la salute dei cittadini?

Ieri, la notizia di una donna che, ricoverata in gravissime condizioni a Frascati, e solo in serata ha trovato un posto nel reparto terapia intensiva del Santo Spirito, riporta in primo piano le gravi mancanze a cui vogliamo dare una risposta concreta..

La nostra regione ha 675 posti di rianimazione, di cui 542 concentrati nella capitale, oltretutto, la donna ieri ha dovuto attendere anche che si rendesse disponibile un’ambulanza con anestesisti (obbligatoria per il trasporto di pazienti in determinate condizioni). Quello che è accaduto è uno dei tanti esempi che porta a galla i diversi punti deboli  che dovranno essere tenuti in grande considerazione da chi si candida alla guida del governo regionale.

A guardare bene l’accaduto, i problemi che si sono accavallati sono stati diversi. Perché sono così pochi i posti di rianimazione dislocati nella regione, costringendo, soprattutto chi abita i territori in provincia, a congestionare gli ospedali della capitale? Come mai la ricerca di un posto letto in ospedali diversi da quello in cui si riceve una prima assistenza, avviene ancora tramite fax e telefono? Perché non esiste un sistema informativo centralizzato e telematico che si aggiorni in tempo reale e sia accessibile a tutti gli operatori? Se in concomitanza con il piano anti- influenza A erano stati individuati 500 posti letto in più, come mai i pazienti continuano a non trovare sistemazione negli ospedali e vengono a trascorrere intere giornate nei pronto soccorso?

Questo comporta, come è successo alla signora di Frascati, che le barelle vengano bloccate e sottratte alle ambulanze, cosicché dopo aver trovato un posto per la paziente, ieri, si è dovuto attendere che fosse disponibile un’ambulanza per il trasporto (aggravato anche dall’assenza di anestesisti, necessari e obbligatori per il trasporto di pazienti così gravi).

Ecco perché, nel programma dell’Udc per il Lazio e come punto cardine del mio impegno per questa regione, dobbiamo ripensare, riorganizzare e rimodellare il sistema nel suo complesso. Ecco perché vanno bloccati i tagli ai posti letto e al personale previsti dalla scorsa finanziaria regionale.

Dobbiamo fornire un servizio capillare ai pazienti, per questo non può essere tutto concentrato a Roma, prima di tagliare occorre decongestionare, portare i servizi sul territorio, fare in modo che ci siano  presidi di territorialità, per le prima cure, per gli accertamenti immediati e per le malattie croniche, e che si aumentino in provincia anche servizi come la presenza di posti letto di rianimazione. 

Per coordinare tutte queste strutture, poi, non possiamo attendere oltre per la creazione di un sistema informativo che faccia dialogare in tempo reale i punti di soccorso, i presidi, gli ospedali. Oggi, fortunatamente, la tecnologia ci mette a disposizione la Rete Internet, le linee dedicate, è impossibile ragionare ancora in termini di fax e ricerca telefonica compiuta da personale che deve chiamare i singoli ospedali.

Infine, ancora una volta, anche ieri un protagonista della storia è stata la mancanza di disponibilità delle ambulanze, perché impegnate come “posto letto” nei pronto soccorsi. Quanti di quei malati avrebbero potuto evitare di ricorrervi se vicino casa, avessero avuto un presidio territoriale di prossimità, che noi proponiamo fortemente, oppure se avessero potuto contare sul supporto del proprio medico di famiglia? Le patologie o gli incidenti meno gravi avrebbero potuto essere gestiti con un criterio di prossimità alle persone, con maggiore soddisfazione dei pazienti, una maggiore efficienza del sistema e quindi efficacia dei soccorsi e delle cure.

Dobbiamo mettere al centro del sistema sanitario la salute dei cittadini, programmando un sistema che ridisegni le necessità reali, i diversi livelli di bisogno di cura e decongestioni il caos che investe i pochi grandi ospedali.  L’impegno per la sanità, deve essere prima di tutto un impegno per la salute dei cittadini. Questo significa, anche in tema di rientro del debito, non procedere con tagli che affaticherebbero ancora di più un mondo già provato, ma pensare di organizzare e ottimizzare un sistema che ora sembra vivere di tanti satelliti scoordinati tra loro.

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